“San Vito martire. Appunti di storia e devozione” di Don Vanni D’Onghia – 2014.
Le persecuzioni contro i cristiani
Fin dall’inizio della sua diffusione, il cristianesimo non ha manifestato un atteggiamento di rifiuto dell’impero romano, anzi, le comunità cristiane erano invitate a pregare per lo Stato e per coloro che governavano, nonostante ne sperimentassero le persecuzioni, perché erano fermamente convinte che ogni potere degli uomini fosse donato loro da Dio.
La nuova religione, però, non rientrava tra i criteri generali dell’ordinamento romano che avallavano la volontà dello Stato nell’ammettere un nuovo culto: il rispetto dell’ordine pubblico e la salvaguardia delle consuetudini di Roma. Guidati da questi criteri, i romani erano pervenuti alla tolleranza di tutti i culti e di tutte le religioni. Di quella tolleranza in un primo tempo beneficiarono anche i cristiani perché configurati in una setta giudaica e così anch’essi poterono fruire dei privilegi accordati ai giudei.
Tuttavia, la concezione esclusivista propria della predicazione cristiana, la sua intransigenza verso ogni altro culto o religione, la pretesa all’universalità, il poter invocare a suo favore la identificazione con uno specifico Stato, il presentarsi come una novità, come qualcosa che si opponeva e rompeva con la tradizione furono fattori che produssero man mano atteggiamenti di diffusa avversione verso di essa nella società romana. Dopo i primi decenni di pacifica espansione missionaria nell’ambito dell’impero romano, la svolta decisiva per il cambiamento della politica
imperiale nei confronti del cristianesimo si verificò tra il 62 e i primi mesi del 63: periodo in cui mutò radicalmente anche l’atteggiamento politico di Nerone. Prima ancora che da Nerone i cristiani vengono detestati dall’opinione pubblica perché ritenuti responsabili di numerosi crimini e accusati di superstizione illecita.
La decisione di perseguitare i cristiani non è conseguente all’applicazione di una legge penale del diritto comune per crimini contro la religione, o la difesa dello Stato, o la morale pubblica o associazioni legittima. Essa è piuttosto da attribuire ad una legge speciale probabilmente nella forma di editto imperiale di cui Nerone è autore per la quale dichiara illegale essere cristiani in quanto praticanti una superstizione illecita: se qualcuno lo fosse, allora è da punire con la pena di
morte. Questa è l’unica delle leggi neroniane rimasta in vigore anche dopo la revoca dei suoi atti: nessuno dei successori, infatti, la abrogata, anche se qualcuno ne ha ottenuto l’applicazione o la disattesa, per cui giuridicamente il cristianesimo è rimasto religione è lecita fino al suo esplicito riconoscimento con Costantino nel 313.
Lo stato di persecuzione non è però stabile da Nerone a Costantino solo alcuni imperatori succeduti a Nerone hanno perseguitato i cristiani e le stesse finalità sancite nel perseguirli e condannarli sono mutate nell’arco di 250. Come pure, tranne il caso dell’Italia ogni persecuzione non ha colpito tutti i territori dell’impero: cosa che è avvenuta soltanto con gli imperatori Decio (249-251), Valeriano (253-260) e Diocleziano (284-305), e comunque non per tutto il tempo del loro impero e non dappertutto con la stessa forza. I persecutori in pratica creando dei martiri, hanno concorso a diffondere e consolidare ciò che volevano distruggere.
Intorno alla metà del terzo secolo la chiesa è ben organizzata, ha propri luoghi di culto e cimiteri. Le autorità civili ne conoscono la gerarchia, la dottrina, la vita delle comunità, i riti. Nello stesso periodo si aggravano le condizioni generali dell’impero: pressione dei barbari ai confini e loro invasione dei territori di alcune province; crisi nei poteri centrali dello Stato, riduzione dei poteri del
Senato e anarchia nell’esercito che proclama e mantiene in carica l’imperatore; crisi economica,
sociale, religiosa e morale.
In tale situazione si ritenne che l’atto politico più urgente forse il propiziarsi gli dèi dello Stato romano restaurando le antiche tradizioni per garantirsi una incontrastabile protezione delle divinità.
Si pensava che soltanto l’unità religiosa in un ravvivato culto degli dèi potesse assicurare l’unità politica dell’impero e il superamento delle condizioni di crisi: persecuzione di Decio con l’obbligo di sacrificare agli dèi e persecuzione di Diocleziano con l’obbligo di distruggere i libri dei cristiani
per privarli della memoria.
Il cristiano non corre incontro al martirio; infatti può anche sfuggire alle persecuzioni – anche se non sono mancati i martiri volontari – ma quando è arrestato, da una completa testimonianza, vive pienamente la sequela, imitando Gesù fino alla sua passione e morte. Il martire si identifica allora con il percorso doloroso di Gesù nel Getsemani, di fronte a Pilato, sulla croce. Così, il martire è sicuro di pervenire alla risurrezione insieme con il suo Signore e Maestro.
Il martirio esprime la sequela nella forma più eminente ed è considerato il vertice è il coronamento della perfezione cristiana, la più diffusa e feconda caratteristica della spiritualità tipica della comunità delle origini che ha nel terzo secolo il suo apice.
E soprattutto in questo tempo che si diffonde notevolmente la spiritualità del martirio come espressione dell’intima Unione del cristiano con Cristo; essa si manifesta pure nelle torture e nel carcere, subiti per la fedeltà al signore e per la confessione della fede. Grazie a questa intima
Unione il cristiano sperimenta di essere ricolmo di una forza spirituale che gli viene da Cristo e da lui viene fortificato al punto da non avvertire più le sofferenze: è Cristo che combatte in lui e vince. Martire e chi testimonia Cristo l’unico ad essere stato ucciso per obbedienza e non per meritata punizione subisce la morte da parte di chi odia Cristo e la fede cristiana, senza opporre alcuna resistenza, per obbedienza al suo Signore e non perché, come lui, ne meriti umanamente la
condanna.
Da Gesù martire ai martiri di Gesù: il martire è il vero discepolo che segue e imita il Maestro. Il contenuto del termine cristiano in questi primi secoli equivale a Martire!
Ai martiri di conseguenza la comunità cristiana assegnava un ruolo di primaria importanza ad essi si rivolgeva come garanti di fedeltà e intercessori per i peccatori presso le loro tombe, circondate da grande venerazione, ci si faceva seppellire con la certezza che i loro meriti, conseguiti con il
martirio, avrebbero assicurato la vita eterna.
Cosa s’intende per agiografia
Il termine agiografia indica il genere letterario che riguarda i santi, specie martiri e confessori punto più precisamente indica lo studio scientifico sui santi, la loro storia, il loro culto.
I più antichi documenti agiografici della letteratura cristiana sono gli Acta Martyrum o Passiones. Cessate le persecuzioni, si scrivono biografie, in greco o in latino, su modelli classici per esaltare l’eroe ed edificare i lettori.
La finalità didattica e morale spinge a particolari esposizioni delle virtù, più che della vita, secondo uno schema preciso e un catalogo di tutte le virtù.
Il genere letterario pone il problema delle fonti e del metodo:
– le fonti specifiche dell’agiografia: Documenti martirologici, i calendari, i libri liturgici, i racconti della scoperta dei corpi dei santi, le traslazioni dei loro corpi da un luogo ad un
altro, i racconti dei miracoli sulle tombe dei santi o per loro intercessione, panegirici in loro onore;
– il metodo deve innanzitutto ricercare i documenti . Oggi possiamo fruire di repertori e rassegne di manoscritti e di testi agiografici, in particolare quelli dei Bollandisti, ai quali si
deve pure la bibliografia, edita nel loro periodo Analecta bollandiana.
Stabilito il testo critico, occorre affrontare problemi di carattere storico: autore, data, provenienza, veridicità del racconto, questioni non di facile soluzione, in gran parte dei casi per la presenza di evidenti anacronismi.
Cosa sappiamo di San Vito martire
San Vito è stato uno dei santi più popolari del medioevo ne è testimonianza anche il suo inserimento nel ristretto gruppo dei santi Ausiliatori, i quattordici santi, la cui intercessione veniva ritenuta particolarmente efficace, in occasione di malattie o necessità particolari. Erano, in ordine alfabetico: Acacio, Barbara, Biagio, Caterina d’Alessandria, Ciriaco, Cristoforo, Dionigi, Egidio, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Margherita di Antiochia, Pantaleone e Vito. Con la riforma post conciliare del
calendario dei santi, dal 1969 la ricorrenza dei santi esiliati è stata soppressa anche se il loro culto sopravvive in modo spontaneo in molte zone in cui è ancora viva la tradizione e la fede popolare.
San Vito veniva invocato soprattutto come protettore della corea (involontarie contrazioni muscolari, dette anche ballo di San Vito), dalla letargia o insonnia dal morso di bestie velenose e idrofobe (es. il cane ai piedi nell’iconografia) e dell’epilessia.
L’etimologia di questo nome, che deriva dall’antico sassone, latinizzato in vicus significa bellicoso, ma anche forte, virile, che ha in sé vita. Un Santo, dunque, che riconsegna le virtù della resistenza alle sofferenze e al male; che è modello di fortezza nella testimonianza di fede.
L’onomastico è tradizionalmente festeggiato il 15 giugno in onore di San Vito ho detto di Lucania, Martire nel 303 o 304 durante la persecuzione di Diocleziano. La Chiesa ricorda ancora: un santo, Vito martire di Sirmio, il 2 gennaio; un altro martirizzato in Nicomedia, il 20 gennaio; uno che subì il martirio a Cesarea il 21 maggio; un altro martire che venne ucciso a Roma, il 29 maggio e il santo, Vescovo di Lituania, il 22 agosto.
Patrono di diverse città, patrono speciale della Boemia e della Sassonia; Le splendide cattedrali a lui dedicate a Fiume, Praga e Magonza, sono testimonianza del culto a lui tributato. Ballerini per la somiglianza nella Gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. Protegge anche i muti e i sordi per non aver ceduto alle lusinghe ed essere rimasto sordo agli appelli del padre.
La figura di San Vito, come quella di tanti altri santi dei primi secoli della storia della Chiesa, è stata avvolta dalla leggenda che si è concretizzata nella fantasiosa Passio redatta nel secolo VII.
Ormai è impossibile distinguere ciò che è soltanto leggendario e ciò che è realmente accaduto. È in questo spirito che gli esperti che i redattori del calendario riformato hanno stilato a proposito del 15 giugno la seguente nota: “La memoria di San Vito martire in Lucania, benché antica, viene riservata ai calendari particolari. Modesto e Crescenzia, invece, sembra siano persone fittizie, i cui nomi sono stati inseriti nel calendario romano nel sec. XI”. I nomi di Modesto e Crescenzia furono
tolti dal calendario in seguito alla riforma del Concilio Vaticano II nel 1969.
Fatte queste premesse, cerchiamo di capire che cosa la tradizione ci tramanda. Il culto per San Vito è attestato dalla fine del X secolo, ma le notizie sulla sua vita sono poche e
scarsamente attendibili. Alcuni antichi testi lo dicono Lucano, ma la Passio leggendaria del VII secolo lo dice siciliano.
Nato secondo la tradizione, a Mazara del Vallo, o a Marsala, in una ricca famiglia. La tradizione ci ricorda i nomi dei genitori: Ila e Bianca. Rimasto orfano della madre, dal padre è affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto che, essendo cristiani, lo educano alla fede di nascosto dal padre. Crescenzia e Modesto sono evidenti i nomi eloquenti, nutrire e far crescere nella fede cristiana ed educare alla modestia, virtù per l’adolescenza.
Ha appena circa sette anni quando comincia a fare prodigi. La persecuzione di Diocleziano, iniziata il 23 febbraio 303, raggiunge ben presto la Sicilia, dove i numerosi credenti preferiscono morire piuttosto che rinnegare la propria fede. Da ricordare almeno Euplo e Agata Catania e Lucia Siracusa. In questo periodo Vito è già molto noto nella zona di Mazara. Il padre di Vito, scoperto che il figlio, ormai adolescente, è cristiano cerca di farlo abiurare. Ma ottenuto un rifiuto dal figlio,
lo denunzia egli stesso alle autorità. Il preside Valeriano ordina di arrestarlo. Vito è imprigionato e torturato, subendo tutto questo con coraggio e con gioia per essere simile al Signore sulla croce. Che un padre convinto pagano, facesse arrestare un suo figlio o figlia divenuto cristiano, pur
sapendo a quale tipo di torture e di morte sarebbe andato incontro, è figura molto comune nei Martirologi dell’età delle persecuzioni che, come si sa, sotto vari titoli erano stati scritti secoli dopo e con l’enfasi della leggenda eroica. Il preside Valeriano, con minacce e lusinghe, tenta anche lui di farlo abiurare, ricorrendo pure ad accorati appelli del padre ma senza riuscirci. Il ragazzo aveva come sostegno, con il loro esempio di coraggio e fedeltà a Cristo, la nutrice Crescenzia e il maestro
Modesto, anche loro arrestati.
Attività dell’arresto, il preside lo rimanda a casa. Il padre tenta allora di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito è incorruttibile e quando Valeriano sta per farlo arrestare di nuovo un angelo appare a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice.
Durante il viaggio per mare, un’aquila porta loro acqua e cibo, finché sbarcano alla foce del Sele, sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Lucania (antico nome della Basilicata).
Vito continua ad operare miracoli, tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due accompagnatori la sua fede con la parola e i prodigi, finché non viene rintracciato dai soldati di Diocleziano che lo conducono a Roma dall’imperatore, il quale, saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli suo figlio, coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare
l’ammalato un indemoniato.
Vito guarisce il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordina di torturarlo perché si rifiuta di sacrificare agli dèi. Qui si inserisce la parte leggendaria della Passio, che poi nella sostanza non è dissimile da quelle di altri martiri del tempo.
Viene immerso in un calderone di pece bollente da cui esce illeso (così alcune volte lo rappresenta l’iconografia); poi lo gettano fra i leoni che, invece di assalirlo, diventano improvvisamente mansueti e gli leccano i piedi in segno di sottomissione. Continua la leggenda che i torturatori non
si arrendono e appendono Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa vengono straziate, la terra comincia a tremare e gli idoli cadono a terra distruggendosi; lo stesso Diocleziano fugge spaventato.
Compaiono degli angeli che li liberano e li trasportano presso il fiume Sele (allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania) dove essi, ormai sfiniti dalle torture subite, muoiono il 15 giugno 303/304. Non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quandouore: alcuni dicono 12 anni, altri 15 e altri 17.
Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su San Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda.
Il suo culto è assai precoce e si diffonde subito in tutta la cristianità, in Oriente come in Occidente. Colpisce soprattutto la giovane età del martire le sue doti taumaturgiche. A fronte di modelli di vita cristiana e di testimonianza eroica, abitualmente di età adulta, Vito diviene così modello per l’età adolescenziale.
A lui viene dedicata una Chiesa a Roma al tempo di Papa Gelasio (492-496); Gregorio Magno (590- 604) durante il pontificato del suo predecessore Pelagio (579 – 590), sorge un monastero intitolato a San Vito alle pendici dell’Etna (Mascalucia?) e in Sardegna era già diffuso il culto e la devozione al Santo. L’antichità del culto è testimoniata anche dalla commemorazione di Vito in molti calendari locali nel Sacramentario Gelasiano, nei Sinassari bizantini, oltre che nei martirologi storici.
Le reliquie del Santo martire Vito
Bisogna dire che delle reliquie di San Vito è piena l’Europa. Circa 150 cittadine vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compresa Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli.
In questa città ritenuta suo luogo di nascita, San Vito è festeggiato ogni anno con una solenne tipica processione che si svolge fra la terza e la quarta domenica d’agosto. La processione, indicata come la più mattiniera d’Italia, inizia alle quattro del mattino con il trasporto della statua d’argento del santo posta sul carro trionfale e trainato a braccia dai pescatori fino alla chiesetta di San Vito a Mare, accompagnato da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio: da questo luogo si crede sia partito con la barca per sfuggire al padre e al preside Valeriano.
E una seconda processione è quella quadri viventi: una serie di carri su cui, vestendo abiti d’epoca, i fedeli rappresentano scene della sua vita e del suo martirio, mentre il carro trionfale chiude la processione.
A Roma esiste la chiesa dei santi Vito e Modesto, dove c’è un affresco in cui, oltre al santo giovanotto, compaiono anche Modesto con il mantello da maestro e Crescenzia in aspetto matronale con il velo.
E nell’area germanica San Vito è rappresentato come un ragazzo che sporge da un grosso paiolo con il fuoco acceso sotto. Nella sola Italia ben 25 comuni portano il suo nome.
In accordo con la tradizione, la traslazione delle reliquie di San Vito a Polignano a Mare (Ba) sarebbe avvenuta il 26 Aprile del 672, lunedì di Pasqua.
Nella Chiesa Madre, ex cattedrale, se ne conservano due, autenticate nel 1855 da Monsignor Francesco Pedicini, Vescovo di Monopoli, in occasione della sua prima visita pastorale a Polignano. Si tratta di un frammento dell’osso del braccio e della rotula del ginocchio, chiusi rispettivamente in un braccio ed in una pisside d’argento, entrambi conservati, insieme alle statue del martire e dei suoi precettori, nel cappellone fatto costruire, a partire dal 1613, dal vescovo Giovanni Maria De Guanzellis, alle spalle dell’altare maggiore. Dai. La tradizione vuole che dal ginocchio fuoriuscisse in perpetuo un liquido simile alla manna, in grado di guarire quanti venissero morsi da cani affetti da rabbia: tanto è vero che, sin dall’antichità, in ogni momento della giornata in Chiesa Madre vi erano alcuni sacerdoti pronti ad effettuare le medicazioni e a guarire gli indemoniati, in virtù del liquido miracoloso.
Alle reliquie ed al Santo vengono attribuiti innumerevoli miracoli: emblematico è l’episodio secondo cui durante una sua visita al santuario di Polignano dedicato a San Vito, l’arcivescovo di Napoli, il Card. Spinelli, assistette alla guarigione di una persona morsicata da un cane rabbioso. Esterrefatto, il prelato si sfilò dal dito un anello in oro e pietre colorate (conservato nel Museo Diocesano di Monopoli) e lo pose sul braccio di San Vito, esclamando Mirabilis Deus in sanctis suis, che significa “Dio straordinario nei suoi santi”.
Momento culminante del culto e la festa incentrata sulla processione, il momento nel quale la comunità dei credenti segue l’immagine del Santo e rende meglio visibile la devozione nei suoi confronti. In passato si celebravano tre ricorrenze con altrettante processioni: il 26 Aprile, in memoria della traslazione nei primi giorni del mese di maggio, in concomitanza con la fiera locale degli animali e la festa dei SS. Apostoli, alla cui comunità fu ceduto il monastero nel 1512 e il 15 giugno, giorno del martirio dei tre santi, considerato il dies natalis della Chiesa.
Oggi invece il braccio viene portato in processione il 26 Aprile e il lunedì di Pasqua, mentre il resto dei festeggiamenti sono concentrati il 14, 15 e il 16 giugno. Nella serata del primo giorno la statua del patrono viene imbarcata su uno zatterone nel villaggio di San Vito e portata in processione per mare, approda Cala paura, accolta dai fuochi d’artificio. Poi il sindaco consegna simbolicamente le chiavi della cittadina, un momento particolarmente significativo che conferma la fedeltà al Santo, cui viene riconosciuto il ruolo effettivo di custode della comunità. La statua è collocata su un carro dorato portato a spalla dai devoti fino a piazza Vittorio Emanuele, nel cuore del borgo antico, davanti alla Chiesa Madre, ove si radunano i pellegrini giunti dai paesi limitrofi e l’intera comunità locale, in un’atmosfera di commozione e di forte partecipazione. In questo luogo si assiste ogni anno all’ascensione della statua del patrono: viene portata su per mezzo di una carrucola, ma si dice che salga ad ill ad ill, cioè da solo, metafora dell’ascensione di Gesù al cielo. Il 15, dopo la solenne messa vespertina, il braccio d’argento viene portato in processione dal vescovo per le vie della cittadina, levato in segno di benedizione. Il triduo si conclude il 16, allorché l’immagine di San Vito viene fatta discendere dall’altare, per essere ricollocata nella Chiesa Madre. Il tutto si svolge in un’atmosfera carica di suggestioni, come si conviene alle feste patronali così sentite nell’Italia meridionale, con il loro contorno di luminarie, spettacoli pirotecnici con certi bandistici e Luna Park.
La festa, da sempre rappresentato l’occasione propizia per l’arrivo di devoti e pellegrini dai paesi limitrofi, e posta all’inizio della stagione estiva, favorisce il rientro di numerosi emigranti.
Cenni storici sull’abbazia lui dedicata
Di fondazione benedettina, l’abbazia di San Vito in Polignano a Mare fu costruita a partire dal X secolo. Nel corso del tempo ha subito alcune modifiche fino a raggiungere l’aspetto attuale, arricchito di elementi barocchi e della scenografica scalinata esterna collegata al loggiato che si affaccia sul mare.
Originariamente il luogo dove ora sporge il complesso monastico doveva corrispondere all’antica Apaneste, nome di origine greca che indicava il luogo di sosta per chi transitava lungo la via Traiana.
Grazie alla particolare posizione e alla facilità di collegamento con i paesi dell’entroterra, tra il V e il VII secolo qui si insediarono i monaci basiliani, trovando accoglienza nei rifugi rupestri, di cui la zona è particolarmente ricca per la natura del suo territorio. Secondo la leggenda, furono i monaci basiliani ad accogliere le reliquie di San Vito e dei suoi precettori Modesto e Crescenzia, giunti a Polignano con la Principessa Salernitana Fiorenza nell’anno 801.
La leggenda narra che Fiorenza, salvata da una tempesta sul fiume Sele proprio da San Vito apparsale nel tragico momento, fece voto al Santo di custodire le sue spoglie mortali e fu sempre San Vito che in sogno le indico il Castrum Polymnianense come luogo per costruire le sante reliquie. Così la Principessa di Salerno acquistò alcuni poderi del Castrum e li donò ai frati benedettini, che divennero i custodi delle spoglie del Santo. Da questo momento l’abbazia cominciò ad acquistare il suo prestigio, ottenendo privilegi nel XII secolo dai Re di Sicilia, Ruggero II e Guglielmo II. A partire dal XIII secolo l’abbazia divenne beneficio ecclesiastico devoluto alla Santa Sede e nel 1512 Papa Leone X la affido ai Padri dei Santi Dodici Apostoli di Roma che lo amministrarono fino al 1809. Dopo questo passaggio, il complesso monastico subì profonde trasformazioni: tra il 1600 e il 1700 all’abazia furono apportate modifiche architettoniche secondo lo stile e il gusto di quel secolo, come la loggia balaustrata a cinque arcate posta sulla facciata fronte mare. Nel 1798 Pasquale La Greca, ultimo feudatario della città di Polignano, acquistò i beni stabili dall’abbazia e le costruzioni che ne costituivano la cinta muraria, eccettuato il convento. Il tutto passò a Luigi, uno dei suoi figli, previo atto notarile, e da questi al figlio Augusto. Ricordato con la moglie Bianca Marulli d’Ascoli ed il figlio Eduardo nella lapide posta in chiesa.
Nel 1809 un decreto di Gioacchino Murat sopprimeva tutti i monasteri e, negli anni immediatamente successivi, gli ordini monastici dei religiosi possidenti furono aboliti e quelli dei religiosi mendicanti diminuiti di numero e passati alle dipendenze delle rispettive diocesi. I padri della Badia di San Vito supplicarono ed ottennero dal governo di restare sul posto a servizio del santuario.
Nel 1818, essendo rimasti soltanto tre padri, il Re Ferdinando I, re delle due Sicilie, già Ferdinando IV, re di Napoli, affidava la chiesa al Capitolo di Polignano con decreto del 13 febbraio 1819, mentre era vescovo Monsignor Lorenzo Villani. Tuttavia, vent’anni dopo, nel 1839 a causa delle difficoltà di gestione, il capitolo di Polignano cedeva l’amministrazione di San Vito ai padri riformati della Provincia di San Nicola di Bari.
Essi accettarono l’incarico, chiedendone l’autorizzazione al re Ferdinando II, che nello stesso 1839, concedeva il permesso mediante un Reale Rescritto. Si ottenne la facoltà di istituire una famiglia di almeno sei religiosi, oltre ai laici, quali risiedendo sul posto, avrebbero provveduto alla salute spirituale delle anime e alla conservazione dell’edificio.
Nel 1856 inizia la costruzione sull’antico edificio del secondo piano, in tutto simile al primo, e del piccolo campanile. Appena 21 anni dopo, nel 1860, i padri di San Nicola di Bari, essendo rimasti in pochi, restituirono l’abbazia al capitolo di Polignano.
Nel 1866, all’epoca in cui la Puglia annessa al Regno d’Italia ne condivideva la sorte, il monastero fu inesorabilmente soppresso: un decreto ne confiscava i beni, espellendo monaci e monache. Nel 1887 il governo fu costretto ad alienare molte opere demaniali a privati e l’abbazia di San Vito nel suo complesso fu acquistata da Federico La Greca, figlio di Augusto, eccetto la chiesa che rimase, ed è tuttora, proprietà del Fondo Edifici di Culto con sede in Roma, mentre la Parrocchia Matrice di Polignano ne ha la concessione in uso.
Nonostante i molteplici rimaneggiamenti, l’edificio conserva ancora la forma originaria. Il recinto murato circonda l’abbazia delimitata dalle quattro torri angolari e dai porticati che per secoli hanno accolto pellegrini provenienti da tutto il mondo per chiedere l’intercessione del Santo. La chiesa, incorporata al monastero è costruita probabilmente sulle rovine di un’antica torre romana, presenta un impianto a cupola in asse, caratteristica diffusasi in Puglia tra l’XI e il XIII secolo. L’interno, interessato da un restauro risalente agli anni 60, conserva un pregevole trittico dei santi Vito, Modesto e Crescenzia del 1691, mentre nel piccolo museo si conservano gli ex voto e dodici tele raffiguranti gli apostoli risalenti al Seicento.
Le origini della processione per mare
Il corteo storico dei pescatori per mare durante la processione di San Vito a Polignano a Mare, ha origini antiche e profonde radici nella tradizione marinara e religiosa della città. “Speciale singolarità avevano le 3 processioni al Protettore S. Vito, che si effettuavano la prima il lunedì di Pasqua, la seconda il 1° maggio (festa dei SS, Apostoli Filippo e Giacomo o consacrazione della Badia, come dicono altri) e la terza il 15 giugno (morte dei Santi Martiri Vito, Modesto e Crescenza). Quella del 15 giugno si poteva dire abolita, perché soprattutto per i lavori di mietitura, non vi era gran concorso con i devoti. La processione del 1° maggio fu trasferita al 5 maggio per divieto di farla nel giorno dedicato alla festa del lavoro. Nella prima processione si continuava, alla fine del secolo XIX, come si continua tuttora, a portare le reliquie del Braccio e del Ginocchio di S. Vito dalla Chiesa Matrice alla Badia, ove si riversa tuttora gran parte del popolo che, sparso lungo gli scogli e i campi, consuma ciambelle ed altro, aspettando che finisca la Messa per accompagnare le predette reliquie alla Matrice. Nella seconda processione la statua di S. Vito viene portata prima per mare, poi in processione, in un carro, da cala paguro alla Piazza Vittorio Emanuele II, dove si colloca sopra un grandioso altare, e infine per le vie del paese. Per le feste del protettore dal 3 al 6 maggio, era a tutta la fine del ripetuto secolo XIX, gran profusione di luci, parate (ma con lampariddi), sparo di fuochi pirotecnici fino a fare insordire o a far venir fuori l’udito ai sordi e a far crollare le case, lancio di palloni, musiche rinomate etc.” – tratto da STORIA DI POLIGNANO – Dalle origini alla fine del XVIII – Gianfranco Pascali – Edizioni Giuseppe Laterza – Reprint 2015 pp187-188.Oggi la processione in mare, che si tiene il 14 giugno, è una delle manifestazioni più suggestive, durante la quale la statua del santo viene trasportata su una barca seguita da un corteo di imbarcazioni di pescatori e devoti.
Come già raccontato da Gianfranco Pascali nel suo libro “Storia di Polignano”, la festa del Santo patrono cominciava il Lunedì di Pasqua, ed ancora oggi la tradizione si ripete, quando si trasporta la Reliquia del braccio di S. Vito dalla Chiesa ex cattedrale alla Badia dove viene celebrata la Messa. Terminata la Messa, si riaccompagna la reliquia al Paese, mentre la gente si raduna per la via San Vito del Rione Gelso, fino al rientro in Chiesa.
Seguiva il 4, 5 e 6 maggio (fino al 1963) la festa di San Vito “Menunne” (Piccolo), come dicevano i cittadini in vernacolo locale, preceduta da una fiera, questa ripristinata nel corso degli anni.
La sera del 4 maggio la statuetta del Santo veniva portata per mare sopra una bilancella formata da barchette illuminate e pavesate di bandiere, salpante da Cala Paguro e seguite da uno sciame di barchette pescherecce.
La festa di San Vito in Brasile
Il Presidente del Brasile Luiz Inàcio Lula, martedì 11 giugno 2024 ha promulgato la legge 14882/24 che riconosce la festa di San Vito Martire di Polignano a Mare una manifestazione della cultura nazionale in Brasile. La norma è nata dal disegno di legge 1945/22 presentato dall’ex deputato Geninho Zuliani approvato dalla Camera dei Deputati e dal Senato Federale Brasiliano.
La Festa di San Vito, in Brasile, si svolge dal lontano 1918 nel quartiere Bràs di San Paolo, da giugno a luglio, organizzata dalla comunità Polignanese. La chiesa dedicata a San Vito, la Via Polignano a Mare e la Piazza San Vito testimoniano come sono radicate le tradizioni polignanesi.
La manifestazione, anno dopo anno, coinvolge sempre più la collettività italiana e i suoi discendenti che, generazione dopo generazione, continuano a valorizzare e a promuovere la cultura, il folklore, le tradizioni e le radici italiane.
Ricordiamo che in occasione della festa le “Mamme di San Vito” per beneficenza preparano piatti tipici della cucina polignanese/pugliese ed il ricavato viene utilizzato per gestire l’Asilo San Vito che puntualmente accoglie bambini abbandonati.
San Vito in Europa
Una versione tedesca sul culto e sulle reliquie di San Vito, narra che nel 756 l’abate Fulrad di Sain- Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di San Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Corvey, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione al giovane martire.
Durante la guerra dei trent’anni (1618-48, europa centrale), le reliquie scomparvero da Corvey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la Cattedrale fu costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella.
In Polonia il 15 giugno di ogni anno nelle chiese viene letta in latino la sotria di San Vito per celebrare degnamente il giorno della sua morte (dies natalis), corrispondente invero all’inizio della sua vita eterna.
Bisogna dire che le reliquie di San Vito è piena l’Europa, circa 150 cittadine vantano di possedere reliquie o frammenti.
